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lunedì 21 maggio 2012 ..:: CRONACHE ARIANESI » LUIGI DE PADUA - Cronache - ::.. Registrazione  Login
 LUIGI DE PADUA Riduci
accadde in Ariano di Puglia                                                                                                              retata refore

La “visione degli spiriti”, cioè l’apparizione delle anime dei defunti a persone viventi in determinati luoghi e circostanze, è un fenomeno narrato sin dalle origini della civiltà umana e appartiene alle religioni e allaletteratura di tutti i tempi e di tutte le culture” ( ..)” da secoli si fronteggiano due partiti, dl cui uno assicura insistentemente: “È COSI”, mentre l’altro ripete ostinatamente: ‘NON PUO’ ESSERE... Schopenhaur  

LA MESSA DEI MORTI DAL..VIVO!                                                                                 

Dava brividi in quegli anni ascoltare i particolari di un’allucinante avventura, occorsa ad una concittadina di umili origini, il cui nome si copre oggi nella polvere del tempo. La vicenda, che va oltre l’umano, emozionò l’intero Tricolle e la sua eco non si era del tutto spenta fino a pochi anni fa.  La protagonista di questo straordinario fatto lavorava alle dipendenze di un fornaio, svolgendo mansioni che la obbligavano a levarsi di letto col cielo ancora stellato.  Il suo compito consisteva di”cummannare’ comandare o avvisare i vicinali (i clienti più o meno vicini del panicuòcolo) di panificare.  Questa attività, oltre a toglierle il meglio del riposo notturno, la esponeva ai rigori del freddo intenso che si inserivano nei lunghi temuti inverni arianesi, e ai. . . misteri delle tenebre. E di mistero infatti si ammanta la sua paurosa avventura, quando in una rigida notte novembrina, mentre passava nei pressi dell’antica Chiesa del Calvario (una suggestiva architettura che si ornava di un campanile orientaleggiante). le giunse il suono di un organo che innalzava una musica mai udita, riempita - come lei riferì - “da un coro di Cherubini”.  L’armoniosa dolcezza musicale suggeriva un’estasi inedita e si scioglieva in un’eco lontana.

Sembrava il canto di un’altra dimensione.     Correva il 2 dell’undicesimo mese.

La poveretta, convinta che si stava officiando un rito particolare dovuto alla ricorrenza (le sfuggiva però l’ora insolita: oltre le due di mezzanotte) e verosimilmente colpita da quella melodia dì indefinibile soavità, pensò di entrare in Chiesa, almeno per una breve preghiera alla Madonna del Dolore e ai Defunti. Liberatasi quindi delle tavole - al tempo usate per trasportare la pasta ammassata o i pani già cotti - e del cercine - la ciambella di stoffa che le donne del “volgo” ponevano sul capo per meglio reggere o ammorbidire il carico - finalmente varcò il cancello, poi la bussola e andò a sedersi tra gli. . . Altri !    Nel frattempo il canto delle voci bianche era cessato: all’interno del sacro edificio regnava un silenzio sepolcrale.  Benchè iniziasse subito a pregare col fervore della gente umile, tuttavia non potè non rivolgere uno sguardo attorno per scorgere qualcuno da salutare.  Notò una comare molto anziana, sua lontana parente, e un ex vicino dl casa più carico di anni, per i quali spese un lieve cenno. . . senza riuscire per qualche attimo a distogliere gli occhi da Essi.  A questo punto si sentì invasa da una strana sensazione e istintivamente ripassò sgomenta lo sguardo sulla muta Assemblea che ora, quasi fluttuante, si scolpiva nella luce fioca e tremolante dei ceri. S’avvide ben presto che molti dei Componenti erano vecchi amici o conoscenti, mentre non aveva mai visto gli Altri.  Poi . . poi ricordò quei volti e il respiro le si mozzò in gola. Mio Dio! Quelle persone a lei note erano tutte morte da più tempo ed ovviamente - si disse - anche il resto dei Presenti, Al culmine dello spavento vedeva materializzate quelle che avrebbero dovuto essere creature invisibili..  Esterefatta si chiese se stava sognando i momenti dl un incubo terrificante o vivendo una realtà non meno raccapricciante.  Quando di lì a poco, in un baleno, la realtà fu più limpida nella luce dei ricordi, emise un grido che si stemperò sul nascere: stava ascoltando la Messa dei Morti dal . . . vivo!   Fu qui che una voce remota le disse ..“questa nun eja la messa toja”. (sic).

Repentinamente abbandonò lo scanno e veloce come freccia si accinse a guadagnare l’uscita attraversando la bussola sempre più in preda al terrore. Ma nel superare il cancello del sagrato - che in quel momento mani ombre chiudevano silenziosamente – le si impigliò la frangia dello scialle che tuttavia riuscì a strappare con forza mai avuta. E tremante madida di freddo sudore, fece sentire i suoi passi frettolosi nella notte fonda. Corse senza mai fermarsi ancorchè il cuore pulsasse con ritmo elevato.  Quando finalmente raggiunse il forno di via S.Stefano la sua mente ormai sfiorava la follia, mentre un tremito incessante e convulso le impediva la parola. Poi, letteralmente paralizzata, svenne senza aver pronunciato una sola sillaba.

Dell’incontro con i “Fu di Ieri”  riferirà due – tre giorni dopo con rinnovate emozioni. Questo eccezionale episodio che si diffuse rapidamente in paese dovrebbe risalire al 1918 : da allora e per tutti gli anni ‘40 tenne tabellone.  Oggi soltanto chi è più vestito di tempo potrebbe darci il nome di colei che fu testimone di un prodigio d’oltretomba ed ebbe il privilegio dl stare, sia pure fugacemente (e poi per sempre), in compagnia dei Defunti e quindi lontana dai. ..vivi!

Dai vivi si diparti qualche settimana dopo l’agghiacciante avventura, per crisi cardiaca.  Il suo cuore non aveva resistito all’impatto con i Trapassati.

Davvero si trattò della Messa dei Morti dal...vivo?                                                                              Retata refore.

(Questo episodio è inserito nelle ‘Cronache arianesi’. Inedito di Luigi de Padua)

Un prodigio analogo, verificatosi qualche lustro dopo, lo vivranno un mio amico e lo zio omonimo, quest’ultimo spentosi da più anni. Mentre i due rincasavano all’una inoltrata di mezzanotte, avendo ascoltato un comizio e i successivi commenti, d’un tratto percepirono chiaramente un coro di creature celesti, frammisto ad una musica espressamente sublime, che usciva da un organo. Proveniva dalla Chiesa di Sant’Agostino, a pochi metri da essi. Un’ora inconsueta per una funzione religiosa tanto più che, contrariamente al precedente episodio del Calvario, Il Calendario non datava alcuna ricorrenza importante.

Profondamente turbati, zio e nipote, affrettarono il passo.

È mio desiderio e quello dell’amico di tacere il suo e il nome del parente, mentre posso attestare sulla loro indiscussa serietà. Ancora oggi credo, con inalterata convinzione, alla confidenza fattami e più volte ribadita dal mio amico perché, al tempo del misterioso fatto, egli era inossidabilmente scettico dinanzi a questi fenomeni e ad ogni altra credenza popolare.

Per dovere di cronaca riferisco che nel 1965, durante i lavori di restauro eseguiti nella cinquecentesca Chiesa di Santo Agostino, venne alla luce un singolare Sepolcreto, con numerose sedie - tombe, occupate dagli scheletri, ormai scollati, dei monaci agostiniani. Mi interessai della eccezionale scoperta informando l’Agenzia ANSA e il quotidiano “ROMA”. di cui ero corrispondente. Al quotidiano inviai alcuni miei pezzi giornalistici corredati di fotografie, che poi riproposi sul numero DUE di “ARA JANI”.

Le autorità, dopo aver solennemente promesso di recuperare almeno una sedia-tomba, disposero invece la distruzione del Sepolcreto - consumata di soppiatto - e con esso i reperti rinvenuti: andarono cosi dispersi un Rosario, alcune madagline con le effigi di Sant’Agostino e (se ben ricordo) di Sua madre Santa Monica, nonchè quella di un eremita; i resti di un candelabro che ornava l’altarino, di un pettine ed altri cimeli (erano venuti alla luce anche semi di melone). Il peggio toccò alle sacre ossa del conventuali che vennero scaricate nel “Burrone dell’Arco”, la grande pattumiera cittadina. Un prete-turista, risentito - ma a torto - di un mio articolo, concluse asserendo che si era “trattato dl cose lugubri’. Gli risposi che lugubri e iconoclaste s’erano dimostrate le autorità. Non aggiunsi altro perché non mi avrebbe capito.

E dire che mentre con l’amico Nicola d’Antuono, riprendevamo fotograficamente l’interno del piccolo cimitero, rischiammo il crollo della volta su cui operava maldestramente una grossa ruspa

ARA JANI   n° 12    -  Litografia  IMPARA  -novembre-dicembre 1993


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